IA, la mente più estesa nella storia dell’uomo

IA, mente estesa

Vorrei aprire questo incontro partendo da un’idea semplice, ma decisiva per capire dove ci sta portando l’intelligenza artificiale: la mente umana, nella sua storia, non è mai rimasta confinata dentro la testa. Ogni epoca ha creato strumenti che hanno esteso il modo di pensare, e ogni volta quella estensione ha cambiato anche noi.

Nel IV millennio a.C., in Mesopotamia compaiono le tavolette d’argilla con segni contabili. Erano un modo per registrare quantità e transazioni di merci. E forse per la prima volta nella storia dell’uomo spostando all’esterno una parte della memoria che da sola non bastava più.

La memoria non era più solo nel cervello, ma anche in un supporto esterno, la tavoletta d’argilla. Poco dopo, sempre nel IV millennio a.C., da quelle pratiche nasce la scrittura cuneiforme, che segna il passaggio dall’oralità al pensiero fissato su un supporto stabile. Non più solo numeri e quantità ma il pensiero stesso non vive più solo nelle persone, ma anche nei segni incisi sull’argilla o scolpiti sulla pietra.

L’intelligenza artificiale si inserisce in questa stessa storia: la storia dell’uomo che estende la mente oltre i propri limiti. Ma come sappiamo, la novità della IA rappresenta un passaggio straordinario nella storia dell’uomo: per la prima volta abbiamo una macchina che compete con il pensiero dell’uomo.

A differenza delle tavolette d’argilla, e di tutti gli strumenti che arriveranno, l’IA non registra soltanto, ma organizza, collega, propone, suggerisce, crea. E come sappiamo, ogni strumento che media processi cognitivi cambia il modo in cui pensiamo.

L’esperimento di Inga e Otto (Clark & Chalmers, 1998)

Nel 1998, Andy Clark e David Chalmers introducono il concetto di mente estesa in uno studio che diventerà un riferimento fondamentale per le scienze cognitive. Per spiegare questa idea costruiscono un esperimento mentale con due persone: Inga e Otto.

Inga decide di andare al MoMA, il Museo di Arte Moderna di New York. Per farlo consulta la propria memoria interna: ricorda l’indirizzo e si mette in cammino. Otto vuole raggiungere lo stesso luogo, ma ha problemi di memoria. Per orientarsi porta sempre con sé un taccuino in cui annota tutto ciò che gli serve. Per andare al MoMA apre il taccuino, trova l’indirizzo e si avvia.

Clark e Chalmers sostengono che, funzionalmente, i due compiono la stessa operazione cognitiva: Inga consulta la memoria biologica, Otto quella esterna. Per questo il taccuino di Otto fa parte della sua mente, perché svolge in modo stabile la stessa funzione che per Inga svolge la memoria interna.

È qui che nasce l’idea di mente estesa: pensiamo sempre in relazione agli strumenti che usiamo. E l’intelligenza artificiale si colloca proprio su questo confine, ampliandolo come mai era avvenuto prima.

Trasferimento cognitivo: dalla calcolatrice all’IA

Se guardiamo con questa lente la storia degli strumenti cognitivi, vediamo un filo continuo: ogni volta che un nuovo supporto entra nelle nostre pratiche, una parte del pensiero si sposta all’esterno. È ciò che oggi chiamiamo trasferimento cognitivo, cioè delegare il pensare.

Questo tipo di delega cognitiva non significa perdere capacità, significa riorganizzare il modo in cui le usiamo.

Un esempio chiaro è la calcolatrice. Quando entra nelle scuole, se ben usata e guidata, non necessariamente toglie il senso del numero, ma in certi processi libera la mente dal peso del calcolo meccanico, rendendo possibile concentrarsi sulla comprensione del problema. Se ci pensiamo bene, anche l’invenzione della scrittura ha fatto lo stesso: liberare dalla memorizzazione pura per aprire spazio all’analisi.

È per questo che in una celebre opera, Fedro, Platone fa dire a Socrate che con l’introduzione della scrittura gli uomini perderanno parte della capacità di memorizzare, perché smetteranno di esercitare la memoria e si affideranno a segni esterni. Chi farebbe a meno della scrittura oggi in virtù di questa acuta osservazione?

L’intelligenza artificiale estende questo trasferimento a un livello completamente nuovo. Non spostiamo più soltanto calcolo o memoria: spostiamo sintesi, collegamenti, ricerca, riformulazione, parte del ragionamento preliminare. È la prima volta nella storia dell’uomo in cui molte funzioni cognitive diverse trovano un supporto esterno capace di operare in tempi rapidissimi.

Questa trasformazione non è neutra: cambia il modo in cui ci informiamo, come costruiamo un’idea, come prendiamo decisioni.

La scuola come ecosistema di estensione cognitiva

Se torniamo alla scuola, ci accorgiamo che questo processo di estensione della mente non è qualcosa che arriva con l’IA: è già parte della vita quotidiana degli studenti. La scuola è, da sempre, un ecosistema cognitivo. Ogni strumento che usiamo in classe modifica il modo in cui ragioniamo.

Un esempio molto semplice è la mappa concettuale. Quando uno studente costruisce una mappa, sta distribuendo la memoria e la comprensione su uno spazio esterno. Vede collegamenti, nessi, distinzioni che nella sola mente rimarrebbero meno visibili.

Con l’intelligenza artificiale questo meccanismo diventa più potente, perché lo strumento non si limita a organizzare: propone, anticipa, suggerisce percorsi.

Per educarci ed educare ad utilizzare questo strano strumento servono quindi due tipi di responsabilità: quella dello studente e quella dell’insegnante. Nessuno dei due può farlo da solo.

La scuola e gli insegnanti sono il luogo e le figure che rendono possibile questa consapevolezza: aiutano gli studenti a interpretare ciò che estendono all’esterno e ciò che devono mantenere come nucleo della propria comprensione. Quando scegliere di farci sostituire dalla IA in un compito elementare (a intelligenza zero, direbbe il filosofo L. Floridi) ed essere capaci di scegliere quando farci potenziare.

Conclusioni

Arriviamo così a un passaggio decisivo: educare alla consapevolezza. In un’epoca in cui una parte crescente del pensiero si muove attraverso strumenti esterni, il primo gesto educativo non è tecnico, ma riflessivo. Significa imparare a fermarsi, chiedersi cosa stiamo delegando, chiedersi se ciò che deleghiamo è una sostituzione o un potenziamento della nostra capacità di comprendere.

Oggi viviamo immersi in un flusso continuo di stimoli e informazioni. Lo scroll infinito rischia di portarci da un contenuto all’altro senza darci il tempo di elaborare davvero.

In questo contesto, rallentare diventa un gesto di cittadinanza: un modo per proteggere l’attenzione, recuperare profondità, non lasciarsi guidare solo da ciò che appare in superficie.

L’intelligenza artificiale, se usata senza consapevolezza, può amplificare questo automatismo. Ma se viene inserita dentro un percorso educativo che insegna a riflettere, scegliere, interpretare, può diventare un’estensione potente della mente e non una scorciatoia che la impoverisce.

Questo è il cuore del libro: non imparare a “usare” l’IA, ma imparare a pensare dentro un mondo in cui l’IA è già parte del nostro pensiero. Ed è qui che la scuola ha un ruolo insostituibile.

Discorso tenuto per la presentazione del libro “Cittadini nell’era dell’intelligenza artificiale”! alla Mostra regionale del libro di Macomer 2025

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